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La pratica della ragione Stampa E-mail
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sabato 06 maggio 2006

La pratica della ragione consiste nello smontaggio dei dati dell’esperienza così come sono immagazzinati nella memoria e utilizzati nell’immaginazione; e nel loro rimontaggio su di una rete causale complessa (al posto della semplice linea mnemonica).
La complessità del nostro corpo, alla quale dobbiamo la nostra (auto)consapevolezza, è anche causa di confusione: la pratica della ragione è un lavoro intellettuale su se stessi, sul proprio corpo, che resta il luogo e il limite della nostra esperienza e percezione; e deve essere ben curato e tarato, come si trattasse della messa a fuoco di uno strumento ottico.
L’illusione, di qualsiasi genere e origine, può essere superata mediante il ricorso a tale pratica; ma il suo profondo radicamento nella fisiologia del corpo umano e il fatto stesso che gli eventi esterni superino di gran lunga la capacità umana di gestirli e comprenderli rendono possibile a ogni istante il ricadere nell’illusione.

Quale operazione intellettuale è dunque necessario compiere per accedere a una visione della realtà non immaginativa? La nostra concezione del tessuto causale della realtà procede dalla semplice concatenazione delle affezioni del corpo e consiste in una serie lineare di cause ed effetti, illusoriamente inserita tra un inizio e una fine, poiché la memoria dispone su di una unica linea temporale le idee di quelle affezioni.
Le menti umane, sempre impegnate nel loro sforzo di semplificazione, finiscono così per accostare cose tra loro logicamente e causalmente lontanissime per il semplice fatto che hanno affetto il corpo l’una di seguito all’altra; ogni abitudine è di conseguenza da considerare come una sorta di temporanea incoscienza, di pericoloso automatismo, che allontana l’uomo dalla consapevolezza di sé e della realtà che lo circonda, ed è utile a orientarlo solo nell’ambito più ristretto della sua esistenza quotidiana.
Gli incontri casuali divengono nel loro succedersi norma per la collocazione seriale degli incontri successivi: grazie a questa ulteriore illusione possiamo ripercorrere all’indietro la serie di affezioni del nostro corpo che pensiamo come causalmente connesse, fino a giungere alla più remota di esse, che potrà infine apparirci come un inizio, come una vera e propria causa prima.
La conoscenza immaginativa si distingue, dunque, da quella razionale, dal suo implicare l’esistenza delle cose esterne, ma senza porsi la questione della loro natura, restando perciò impregnata di soggettivismo e relativismo, ossia legata alla presente costituzione di un singolo corpo, priva di quella validità universale che caratterizza la conoscenza razionale.
Opponendosi all’immaginazione e alla memoria, la ragione è invece in grado di concatenare le affezioni del corpo secondo un ordine conforme all’ordine causale complesso della realtà e può dunque scorgere nella realtà una causalità complessa e immanente.
Di qui possiamo iniziare a comprendere la natura dell’operazione intellettuale richiesta per l’accesso alla pratica razionale, ossia una sorta di scomposizione dei dati dell’esperienza così come sono stati raccolti nella memoria; e nella loro ricomposizione secondo un ordine scientifico; un ordine, cioè, che vada dalle cause agli effetti.
Attraverso la pratica della ragione si giunge a una rappresentazione mentale della realtà profondamente differente da quella ordinaria; di questa nuova e inaudita rappresentazione l’esperienza percettiva fornisce di certo i mattoni fondamentali; ma contemporaneamente diviene il principale obiettivo polemico, almeno nel suo andare a costituire, con l’ausilio inconsapevole dell’immaginazione, un mondo umano fatto di abitudini, superstizioni, pregiudizi, ripetizioni, schemi, abdicazione della sovranità dell’intelletto a favore delle autorità costituite e dei valori tradizionali; insomma una realtà troppo semplice per essere vera, specchio perfetto di un’umanità fondamentalmente troppo debole e incerta per sfuggire alla prigionia dell’ignoranza…

 
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