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La ragione pratica PDF Stampa E-mail
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sabato 06 maggio 2006

Una forma possibile della strutturazione spaziale dell’ambiente (sia fisico, sia concettuale) nell’ottica filosofica è l’organigramma, l’albero concettuale, inteso come sistema delle relazioni attuali e possibili. In questo senso, per esempio, Leibniz interpreta lo spazio fisico: non come continuum in cui trovano collocazione gli enti (e che quindi rappresenta una condizione necessaria ed indipendente della loro esistenza, in ultima analisi), ma come una conseguenza delle relazioni che gli enti stabiliscono tra loro. Lo spazio è per Leibniz il sistema completo delle relazioni, visto da un’ottica superiore.
Cosa vuol dire ciò?

Lo spazio può essere interpretato non solo come un presupposto, ma anche come una conseguenza. In questo senso possiamo sostenere che la filosofia è sì una pratica di orientamento, ma anche ed al contempo creativa: nel momento stesso in cui interpreta il mondo, costruisce il mondo medesimo. La mappa filosofica, possiamo dire con un’immagine, si sovrappone al territorio esplorato comprendendolo, come una mappa in scala 1:1.
Nel far ciò, la mappa inevitabilmente influisce sull’ambiente medesimo. Questo perché, come abbiamo accennato, ci sono in essa elementi originari (lo scopo ed il criterio) cui non possiamo rinunciare e che sono utili, ma che non si può assolutamente affermare appartengano all’ambiente che esploriamo.
Il fine ed il criterio rappresentano, in un certo senso (da chiarire) il punto di contatto fra lo strumento filosofico di orientamento e l’ambiente o problema, attraverso il quale lo strumento stesso (che si badi, serve ad interpretare una realtà data), al contempo agisce sulla realtà e ne subisce l’azione.
Alla fine, questa relazione essenziale ci porta, attraverso l’esperienza personale dello strumento, ad identificarlo con l’ambiente stesso, così che lo strumento diviene esso stesso problema, o, potremmo dire, uno schema, una mappa ordinata di quello che avevamo originariamente identificato come problema, cioè uno spazio in cui orientarsi.
Ma, allora, dov’è l’utilità pragmatica di questo strumento così complesso?
Le risposte possono essere diverse (fra cui, legittima, anche una drastica risposta negativa).
Fra le tante, possiamo scegliere la seguente: la rappresentazione filosofica dello spazio (teoretico – cos’è?; morale – è giusto? Com’è che è giusto?; etc.), esattamente come quella geometrica convenzionale, semplifica (limita) e rappresenta lo spazio in un modo adeguato alla nostra facoltà di comprendere (Noi non abbiamo percezione dell’infinità, ma lo spazio geometrico lo accettiamo come infinito, pur considerandone sempre una parte finita).
Ancora, sia la rappresentazione topografica/geometrica sia quella filosofica non solo semplificano, limitando o eliminando alcune parti o elementi che non sono utili o non sono rappresentabili, ma aggiungono alla supposta realtà bruta altri elementi che consentono una sua considerazione e modificazione. In un modo che necessita chiarimento, potremmo dire che questa aggiunta è una donazione di senso, o almeno alcuni filosofi l’hanno intesa così.
Per questo motivo, dal punto di vista della filosofia come rappresentazione (mappa) consideriamo centrali, prima dell’oggetto del filosofare, il criterio e lo scopo. Questa distinzione non è logica, poiché non è necessario che il perché ed il come siano chiari a priori.
Al contrario, sia nell’esperienza quotidiana che nella riflessione (storica in particolare, ma anche filosofica), è assai più comune che la percezione di qualcosa come problema sia non solo l’esperienza primaria, ma anche l’innesco per la ricerca e definizione di scopo (valore) e di criterio (senso). Nondimeno, se vogliamo considerare la filosofia come uno strumento di orientamento (uno fra i tanti), e se vogliamo accettare che questo strumento abbia inevitabilmente un influsso sul suo oggetto e ne subisca l’influsso, dobbiamo per forza (o per comodità) interrompere la circolarità del rapporto causale e considerare alcuni elementi generali importanti alla stregua di principi, cioè indipendenti dalla contingenza ed entro certi limiti, non mutabili, stabili nel tempo.

 
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